Negli ultimi anni, se dovessimo farci un’idea, o una percezione fornita dai media locali, sembrerebbe che l’inquinamento nella Valle dell’Irno sia tornato a essere un tema, uno strumento mediatico per nuove carriere di sedicenti politici. Se fosse vera la tesi secondo cui l’inquinamento spetta unicamente ai reati commessi dalle imprese, sarebbe l’ennesimo errore di miopia politica. La vicenda dell’inquinamento prodotto dalle famigerate fonderie situate a Fratte è lo specchio della cinica inadeguatezza della classe politica salernitana, ed anche dell’apatia dei cittadini usati come strumenti di carriera politica, forse degenerata in idiozia, nel senso proprio del termine, e cioè come classe politica priva d’istruzione, e soprattutto come emerge dal gergo politico: classe politica come utile idiota per indicare chi assume posizioni che fanno anche indirettamente il gioco degli avversari. La nostra visione non è ristretta agli aspetti civili e penali, ma vuole mostrare un punto di vista più ampio che tocca la cultura e la mentalità degli abitanti e della classe dirigente, se così la vogliamo chiamare con una forzatura. Lamentarsi senza osservare correttamente la cronologia dei fatti è utile a nascondere le responsabilità di noi cittadini, e questo “lamento” può essere sfruttato da chi ambisce a fare lo “statista” del futuro. Non partecipiamo alla protesta poiché non siamo un partito che cerca consensi, ma siamo un’associazione di promozione sociale, comunque attenta alle crisi ambientali locali, e pertanto riteniamo di elaborare un ragionamento più ampio che tocca l’ambiente, il diritto e la partecipazione. Chi ha ricevuto danni biologici ha tutto il diritto di affidarsi agli specialisti del caso per curare i propri interessi di salute, ma suggeriamo di non farsi strumentalizzare da chi è in cerca di consensi elettorali. Dopo tanti anni riteniamo che le “proteste” siano del tutto anacronistiche, giacché ormai gli aspetti giudiziari dell’impresa sono abbastanza chiari, e datati. MDF si caratterizza per le proposte, e nel caso specifico della valle dell’Irno sarebbe corretto ed innovativo predisporre la realizzazione di una piccola bioregione urbana, secondo le linee programmatiche della scuola territorialista. Qui altri approfondimenti dell’Uni. di Firenze, e la scuola dei territorialisti.

Intanto vi forniamo il nostro ragionamento: nella vicenda specifica, l’idiozia sta nel fatto che le istituzioni locali, nel corso dei decenni, hanno deliberato l’inurbamento di un’area a sviluppo industriale, dimenticandosi della legge urbanistica nazionale. Una disorganizzazione territoriale figlia dell’ignoranza e dell’incapacità di osservare la realtà e le dinamiche sociali, e una classe “imprenditoriale” avversa al fare bene l’impresa, forse all’oscuro dell’opportunità offerta della bioeconomia, dalla ricerca e dall’innovazione.

Le condanne penali evidenziano le responsabilità dell’impresa, ma dal punto di vista della bioeconomia non serve un Tribunale per capire cosa sia accaduto, e non è accettabile trascurare l’evidente incapacità politica dei Consigli comunali nell’organizzare il territorio. Non c’è alcun dubbio che un impianto così obsoleto abbia recato danni, così come non c’è alcun dubbio che furono i Consigli comunali (Pellezzano e Salerno), cioè i partiti, a consentire dove costruire case e fabbriche, questo “piccolo” dettaglio dai media locali non emerge, sembra non vogliano ricordare, perché riguarda direttamente la responsabilità politica dei cittadini, e dei “liberi” comitati di “lotta”. Nella cronologia dell’ipocrisia furono i partiti che a un certo punto della storia misero in scena anche la denuncia, prendendo in giro chi veramente ha subito un danno. Da un lato c’è chi subisce un danno, ed è isolato e incapace di investire nella tutela del diritto alla salute ricercando prove scientifiche all’interno del corpo umano, e dall’altro la beffa politica, poiché i cittadini attraverso la delega politica hanno sostenuto politici e partiti che hanno generato il danno stesso.

E’ necessario ricordare che stiamo parlando della valle dell’Irno, storicamente territorio occupato dall’industria manifatturiera del tessile, dalle cartarie, dalle fonderie, dalle fornaci del laterizio e dal cementificio. Aver consentito la coesistenza di industria ed abitazioni è la tragica conseguenza di una società convinta che determinate attività non fossero incompatibili fra loro, nonostante fosse noto sin dall’Ottocento che così non era, tant’è che si sviluppò un movimento culturale che si opponeva alle pesanti condizioni igieniche sanitarie generate dall’industria costruita all’interno delle città, o appena all’esterno della conurbazione urbana. Il cementificio fu spostato in zona Fuorni, le fornaci sono chiuse e recuperate in Teatro, l’industria manifatturiera è stata smantellata, altre fonderie demolite, mentre rimangono la cartaria e le fonderie di seconda fusione. Chissà perché nessuno ricorda gli operai delle manifatture cotoniere venuti a contatto con l’amianto? Sembra che tutti vogliano assecondare il piano politico di chi ha mal gestito la cosa pubblica, e quindi chiedono di delocalizzare le fonderie, convinti che sia la soluzione all’inquinamento, quando è ovvio che la soluzione è l’adeguamento tecnologico che spetta all’impresa, mentre la richiesta del ripristino ambientale spetta ai Comuni coi soldi dell’impresa (chi inquina paga), tutto il resto è televendita.

Come MDF siamo consapevoli del fatto che in Italia manchi un’adeguata misura rispetto alle fattispecie di reati e delle pene in materia ambientale che stabiliscano certezze e pene detentive adeguate ai comportamenti dolosi e colposi che contribuiscono ad aumentare rischi sanitari, o in taluni casi procurare la morte.

Nonostante l’enorme buco giurisprudenziale che spinge comportamenti scorretti delle imprese, siamo basiti di fronte all’inadeguatezza culturale dei controllori, che direttamente o indirettamente tollerano l’inquinamento. Siamo basati e non sorpresi se osserviamo la gestione della cosa pubblica sanitaria salernitana che emerge dalla relazione sulle performance – protocollata il 28 giugno 2012  e disponibile on-line – del Commissario Maurizio Bortoletti che per descrivere la gestione della sanità pubblica si è espresso in questi termini: «l’assenza di qualsivoglia normale valorizzazione degli strumenti resi disponibili dal progresso tecnologico […]; una vetustà di infrastrutture e apparecchiature biomedicali gravissima[…]; l’assenza di qualsivoglia strumento di programmazione e controllo sistemico», e relativamente al comportamento dei dipendenti, per dare un’idea ai cittadini, Bortoletti ha dovuto citare una frase di Sabino Cassese:«”chi vuole lavora, chi no se ne astiene“». Se questa è la fotografia del 2011, relazione performance fornita da Bortoletti, circa la sanità pubblica allora non dobbiamo stupirci dell’inerzia, siamo sorpresi dall’inerzia dei cittadini, ma quand’è che la smetteranno di vivere nell’apatia?

Un’industria insalubre, ma così piccola per dimensioni e volume di produzione (almeno oggi, così sembra) avrebbe dovuto, banalmente, impiegare  i propri profitti nell’innovazione tecnologica riducendo al minimo l’impatto ambientale e sanitario, com’è previsto per tutte le fonderie di seconda lavorazione e/o fusione.

I fatti ricordano che uno dei primi cittadini a denunciare il rischio ambientale fu Alfonso Pecoraro Scanio,  diventato politico di carriera e Ministro dell’Ambiente. Dopo di lui qualcun altro ha avviato comitati, ma nessun cittadino seriamente danneggiato ha saputo farsi risarcire, per il momento. Ciò vuol significare una sola cosa, mettendo in relazione la negligente gestione della cosa pubblica con le denunce riguardanti odori molesti risalenti al 1987, allora possiamo intuire che la responsabilità sui controlli ambientali e sanitari coinvolge tutti i livelli: Comune, Asl, Arpac e magistratura inquirente. Se le denunce risalgono al 1987, allora anziché limitarsi a misurare l’inquinamento ambientale, i medici avrebbero dovuto comportarsi come il buon padre di famiglia ed eseguire scrupolose analisi tossicologiche, biopsie nei tessuti, e indagini circoscritte a chi vive nei pressi della sorgente inquinante e dei venti predominanti. Insomma se non cerchi non trovi, e se non trovi, puoi facilmente raccontare che il danno biologico non esiste, e se il danno non c’è, allora non c’è responsabilità, né civile e tanto meno penale.

Acciaierie, fonderie, cementifici e inceneritori sono tutte industrie insalubri di prima categoria, ma la nostra classe politica forgiata dall’idea della crescita non vuole assumersi la responsabilità delle decisioni, ma vuole solo spartirsi le tasse generate proprio dalla crescita del PIL. Oggi questa classe politica ha persino pianificato la costruzione di un nuovo inceneritore, presente sia nel Ptcp sia nel PUC, e non distante da nuovi alloggi, ergo sono già noti i rischi sanitari qualora tutto ciò previsto dal PUC fosse costruito. Nel 2014, roba da non crederci, paghiamo lo stipendio a politici che prendono decisioni come fossero nel 1700, e pensano che bruciare rifiuti sia una scelta giusta. Esattamente come i cialtroni che hanno consentito l’inurbamento durante gli anni ’70 e ’80 nei pressi di un’area industriale, ove troviamo anche una fonderia che sembra lo scenario di un film post-bellico, per come si presenta alla vista dei passanti, questi personaggi politici perseguono nell’idiozia e sono persino pagati per farlo. I cittadini dovrebbero smetterla di farsi prendere in giro, da chiunque, e dovrebbero avere il coraggio, la fermezza e l’intelligenza di comprendere fino in fondo i propri diritti, circondarsi di persone libere, competenti e altruiste, e smetterla di inseguire personaggi in cerca di visibilità per una poltrona politica. Un nostro vecchio detto in forma dialettale dice: “se non ci fossero i fessi, i buoni non campassero” (il termine “buoni” in questo caso ha un significato dispregiativo: sono gli imbroglioni).

In tal caso, vale la pena ricordare alcuni principi giuridici che dovrebbero determinare le scelte politiche: la nostra Carta costituzionale afferma il principio personalista in base al quale al vertice dei valori riconosciuti dall’ordinamento giuridico si colloca la persona umana, sia nella sua dimensione individuale che in quella sociale, e dalla lettura combinata di essa con il disposto dell’art. 32 Cost. (tutela del diritto alla salute), la giurisprudenza ha ricavato il diritto alla salubrità dell’ambiente da intendersi come protezione e preservazione delle condizioni indispensabili o anche solo propizie alla salute dell’uomo, e più in generale, alla libera espressione della sua personalità, art. 2 Cost. La Corte costituzionale, infatti, con la sentenza n. 641/1987 ha affermato che la salubrità dell’ambiente assurge a valore primario e assoluto poiché «elemento determinativo della qualità della vita». Il trattato di  Amsterdam (1999) ha riformulato l’articolo 6 del Trattato della Comunità Europea (1957), ora articolo 11 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) inserisce la materia dell’ambiente fra quelle di competenza concorrente tra gli Stati membri e l’Unione (art. 4, par 2, lett. e). I principi che informano l’azione dell’Unione Europea nel settore dell’ambiente sono enunciati nel secondo paragrafo dell’art. 191 TFUE:

  • Principio dell’azione preventiva, secondo il quale è necessario predisporre tutte le misure volte a prevenire eventi nocivi per l’ambiente. Al principio dell’azione preventiva fa riferimento la direttiva n. 85/337/CE del 27 giugno 1985 (VIA);
  • Principio della correzione;
  • Principio chi inquina paga;
  • Principio della precauzione.

Questi ultimi principi lasciano intuire che i Consigli degli Enti locali non sono autorizzati a pianificare la costruzione di nuovi impianti insalubri, poiché la letteratura medica scientifica già anni fa mostrava un clima d’incertezza, mentre oggi le cose sono più chiare. Quando c’è un clima d’incertezza scientifica, per i politici si applicano i principi dell’azione preventiva e di precauzione, con la scelta zero. Oggi più che mai sappiamo che gli inceneritori sono dannosi per salute pubblica, pertanto costruire questi impianti, potremmo paragonarlo a un crimine, oltre che un’idiozia poiché danneggiano l’industria del riuso, del recupero e del riciclo.

Sin dall’inizio abbiamo suggerito la soluzione chiamata bioregione urbana, sarebbe il caso che i Comuni rientranti nella valle dell’Irno pensino ad un piano intercomunale secondo i principi della bioeconomia, e non come stiamo assistendo con la continua crescita degli aggregati di edifici in un territorio con un’orografia particolare, alimentando in questo modo la dispersione urbana, ma piuttosto centrare le attività in piccoli poli messi in rete, e soprattutto pensare alla valle dell’Irno come un unico parco, un unico habitat da tutelare e conservare facendo l’opposto di quello fatto finora. Ad esempio, un danno irreversibile è stata la mancata valorizzazione dell’archeologia industriale presente nella valle.