Il recente “aggiornamento” – 2013 – del PUC (Piano Urbanistico Comunale) di Salerno ha visto rinnovare il suo nichilismo urbano, aggiornare i suoi PUA (Piani Urbanistici Attuativi), e fra questi c’è anche l’opportunità di un riqualificazione dell’area stazione che si ispira all’iniziativa di un eventuale investimento di 350 milioni per costruire nuovi edifici nei pressi del nuovo Tribunale, una torre di 30 piani a piazza della concordia, in cambio di un nuovo parco urbano al posto dei depositi e dei binari.

Nella storia urbanistica salernitana viene facile ricordare l’ipotesi Donzelli-Cavaccini del 1915 che proprio in quell’area progettarono splendidi giardini, un’occasione storica persa per avere una città-giardino e sarebbe stata costruita secondo l’ipotesi di Moscati (1910) e cioè con l’impiego dell’esproprio generalizzato, concedendo il diritto di superficie e sfruttando la rendita fondiaria per il Comune stesso, al fine di tutelare il paesaggio ed il territorio. Oggi accade il contrario, sono i privati che incassano la rendita ed usano i piani dei Comuni per legittimare i propri profitti; gli Enti pubblici stessi mercificano i suoli o aumentando i carichi urbanistici per pagarsi persino la spesa corrente, cosa che una volta era illegale.

Piano Donzelli-Cavaccini, 1915

Premettendo e ricordando che la natura giuridica dell’urbanistica è quella di realizzare i diritti dell’uomo attraverso la costruzione di superfici minime per soddisfare i diritti di cittadinanza: istruzione, verde e servizi alla persona, e ricordando che, questi diritti a Salerno non sono ancora garantiti (nonostante si millanti il contrario per giustificare operazioni immobiliari di dubbia utilità), poniamoci domande legittime circa come e su cosa l’Amministrazione indirizza le tasse dei cittadini. Il come dovrebbe essere abbastanza evidente, ma ricordiamolo affinché ognuno possa osservare la realtà dei fatti. Sfruttando la consuetudine dei piani regolatori l’Amministrazione – mettendo da parte i principi della Costituzione e dimenticando di rappresentare lo Stato e l’interesse generale, essa ragiona come fosse un’azienda privata – prioritariamente cerca di attrarre e favorire qualsiasi operazione immobiliare che possa generare profitto.

La domanda che ci poniamo è: cosa si può fare con un investimento di 350 milioni? Sul dato finanziario è necessario precisare che spesso le riqualificazioni neoliberiste sono operazioni a debito, che garantiscono facili profitti alle banche, e scaricano costi e rischi ad imprese, Stato e cittadini. In generale, ciò che i cittadini non sanno è che quando committenza e costruttori coincidono la qualità del progetto è sicuramente minore rispetto ai progetti ove i committenti sono i cittadini ed i costruttori sono i clienti, poiché c’è certezza di controllo sul progetto e sui materiali; invece quando in campo c’è direttamente il mondo immobiliare (committente = costruttore) accade che le imprese per avere maggiori profitti riducono i costi, e questo significa un progetto di minore qualità e l’impiego di materiali a basso prezzo.

Per quanto riguarda l’investimento, a nostro avviso, o si può contribuire alla distruzione della città pensando prioritariamente al profitto con l’immissione sul mercato di superfici lorde non richieste ignorando completamente gli edifici esistenti, oppure si può rigenerare Salerno partendo dall’osservazione della realtà e quindi dal suo interno; soprattutto proprio dagli edifici esistenti arrivati a fine ciclo vita, e si può rinnovare il tessuto urbano obsoleto contribuendo a migliorare la qualità della vita con servizi necessari e processi partecipativi.

Nella sostanza, o nel perseguire il profitto si aumentano i carichi urbanistici, oppure si ha il coraggio di avviare un percorso culturale seriamente urbanistico, facendo un’analisi dell’ambiente costruito esistente, partendo dai dati delle analisi quantitative e percettive, e dalle informazioni fornite dall’osservazione della realtà, con l’obiettivo vero dell’urbanistica, e cioè impegnarsi per migliorare la città progettando una corretta morfologia urbana, piuttosto che ignorare la realtà stessa e proporre piani che possono peggiorarla assecondando un paradigma culturale completamente sconnesso dalla società e dai bisogni dei cittadini.

Fino ad oggi gli interventi più diffusi sono stati programmati dall’approccio speculativo che viene preferito perché poggia la sua forza sul mero profitto. Le dinamiche sono sempre le stesse: i privati concordano gli interventi, al di fuori di un’idea di un piano generale sensibile al bene comune e degno di essere tale. Chiunque interviene deve guadagnare perché i profitti dei privati dovrebbero garantire anche gli standard minimi. Poiché tale dinamica nasce e si sviluppa intorno al profitto è facile che tali piani rechino danni alla collettività; e spesso ignorando anche le regole compositive dell’urbanistica. Invece un altro approccio è la rigenerazione che non ignora la sostenibilità economica del progetto, ma parte dal presupposto di aggiustare i tessuti edilizi esistenti e di coinvolgere gli abitanti nel processo rigenerativo.

In Italia percorsi di questo tipo sono pochissimi, ma si auspica possano divenire le prassi del futuro, poiché il motore dell’edilizia spesso è stata la mera avidità, e la recessione attuale ci consente di mutare gli stimoli di un ambiente fra i più impattanti, poiché possiamo immaginare di avviare una “conversione ecologica” proprio nel settore che, probabilmente, più degli altri ha sviluppato procedure standard fra le più sostenibili e controllabili. Alcune amministrazioni locali europee hanno già sviluppato gestione dei processi amministrativi con risultati a dir poco straordinari: recupero dei tessuti edilizi esistenti trasformati in quartieri auto sufficienti, migliorando la forma urbana e garantendo maggiori e migliori spazi pubblici.

Per avere un’idea vero simile delle opportunità, confrontiamo l’idea progettuale di intervenire sull’area della stazione con l’idea progettuale di rigenerare buona parte del quartiere Pastena. Per comprendere bene il raffronto dobbiamo immaginare di scegliere fra la costruzione di nuovi edifici ed un nuovo parco, oppure la rigenerazione di una parte importante della città che comprende un’area estesa circa 54 ettari, con ben 254 edifici. L’ipotesi della rigenerazione è di intervenire nell’area con lo scopo di “aggiustare” tutto, alcuni degli edifici arrivati a fine ciclo vita sono demoliti e ricostruiti ex novo con le migliori tecnologie, in questo modo garantendo sicurezza e qualità di vita agli abitanti che oggi vivono in condizioni di degrado. L’area di intervento coinvolge almeno 16 mila abitanti che a fine lavori potranno vivere in un quartiere dotato, finalmente, degli standard minimi previsti dalla legge urbanistica ed in abitazioni auto sufficienti (risparmio energetico e prosumer). Vi sarà la costruzione di nuovi servizi (uffici pubblici, teatro, biblioteca, parco, orti urbani sinergici), e dopo l’intervento l’area avrà una densità più equilibrata (ridistribuzione del carico urbanistico) ed un rapporto migliore fra lo spazio pubblico e lo spazio privato consentendo una più agevole fruizione della città ed una più efficace socializzazione; vi sarà l’opportunità di muoversi in bici ed in condizioni di sicurezza. Entrambi gli interventi richiedono un investimento di 350 milioni, ma solo nella rigenerazione i cittadini potranno vedersi rivalutato il proprio immobile.

Per stroncare definitivamente gli interessi privati del mero profitto è necessario che tutti i cittadini consapevoli di vivere in un sistema obsoleto e dannoso, abbiano la capacità di coordinarsi e coordinare nuove forze, per creare una comunità sostenibile e proporre nuovi approcci per la soluzione di problemi sociali, urbanistici, ambientali e occupazionali. L’approccio culturale corretto è senza dubbio la bioeconomia che ribalta i paradigmi sbagliati e propone soluzioni intelligenti nella direzione chiamata anche “conversione ecologica” che apre a nuove possibilità occupazionali (economia del chilometro zero). La cosiddetta cittadinanza attiva – studenti, professionisti, terzo settore, parrocchie, università, comitati, etc. – è fondamentale per proporre una rigenerazione della città.

Un esempio economico finanziario virtuoso è l’approccio ove i costi degli sprechi energetici (bollette energetiche) diventano la base economica degli investimenti per le ristrutturazioni edilizie, ciò vuol dire non ricorrere al debito come accade per i progetti speculativi immobiliaristi, ma legare la qualità del progetto al finanziamento, poiché più alta è la qualità dell’efficienza progettuale ed esecutiva, e maggiore è la remunerazione dell’investimento; e questa iniziativa sarebbe più efficace se partisse direttamente dai cittadini, poiché è interesse loro vivere in ambienti più sani, più efficienti e spazi urbani di maggiore qualità.

Fonte: Nuovo Manuale dell’Urbanistica, Mancosu editore