Piano Guerra, 1934

Attraverso la sperimentazione della pianificazione partecipata abbiamo iniziato a comprendere diverse vicende legate al governo del territorio. Ripercorrendo la storia urbanistica di Salerno sono emersi fatti a dir poco determinanti; perché la città è stata costruita in questo modo?! Il tema coinvolge i diritti negati e le rendite di posizione, cioè l’avidità di alcuni privati cittadini proprietari di terreni ed immobili. Nel nostro percorso di auto apprendimento è emerso che le città andavano pianificate, come indica la legge urbanistica nazionale, per creare opportunità e servizi a tutti gli abitanti, e che sin dall’inizio del secolo Novecento, nonostante fossero stati preparati piani adeguati, le Amministrazioni politiche scelsero sempre di privilegiare gli interessi dei privati beneficiari delle rendite fondiarie ed immobiliari, cioè produrre ricchezza dal nulla a danno della collettività, nonostante che i principi della legge urbanistica nazionale vietassero tali speculazioni. Negli anni ’70 l’Amministrazione salernitana diede incarico a progettisti locali di misurare il contesto urbano, e di recuperare questi servizi (diritti) per creare opportunità finora negate, ponendosi l’obiettivo di rimediare agli errori del passato. Quando i partiti politici presero atto della drammaticità della realtà, e quanto le rendite di posizione fossero influenti nelle scelte amministrative accadde che i dipendenti di allora, scelsero di continuare a favorire alcune famiglie, assecondando rendite esistenti e creandone di nuove, di fatto continuando a violare la legge urbanistica e recando altri danni ai ceti meno abbienti che pagarono con l’espulsione dalla città le conseguenze dell’ignoranza e della cialtroneria politica.

Negli ultimi trent’anni le cose non sono cambiate, ma addirittura peggiorate, nonostante ci siano stati anche segnali concreti in controtendenza: la riqualificazione del lungomare, l’arredo del Corso Vittorio Emanuele, i parchi del Mercatello e dell’Irno, e l’arredo urbano in alcune strade nei quartieri Italia ed Europa. Segnali coperti da evidenti speculazioni e danni ambientali (el monstruo Crescent) e dalle multinazionali del progetto contrarie al genius loci ed incapaci di rappresentare le istanze dei cittadini, multinazionali disseminatrici di immagini virtuali ben retribuite coi soldi pubblici e privati, ma portatrici di “architetture” auto referenziali coerenti col nichilismo contemporaneo, figlio della cultura di massa e mass mediatica. Nell’insieme generale è proprio l’urbanistica che è venuta meno, sostituita dai capricci del capitalismo e dall’ignoranza (chiamiamola così), tant’è che l’assenza dei servizi minimi viene persino sbeffeggiata ed oltraggiata da piani che raccontano il falso, e cioè che determinati standard in alcune zone omogenee siano già presenti per “far tornare i conti”, come il caso abbastanza grave, di millantare che alcune strade carrabili siano classificate come standard a “verde pubblico, attrezzato e sport”; di fatto violando le leggi e negando i diritti ai cittadini, che di quei servizi hanno diritto e bisogno. La storia politica di questa Amministrazione, ha un filo conduttore iniziale sin dalla pubblicazione del DM 1444/68, che obbliga i comuni a costruire i servizi mancanti, e quando i progettisti salernitani consegnano il report ove si evince l’assenza di standard minimi, e come recuperare gli standard, accade che i politici prima danno ragione ai professionisti e poi li prendono in giro, così prendono tempo ed in fine si rifiutano di applicare la legge urbanistica nazionale. Uno dei motivi? Attraverso l’inerzia politica gli amministratori consentirono ad alcune famiglie di continuare a vivere di rendita senza dover lavorare. Tale atteggiamento immorale è un filo conduttore della stragrande maggioranza delle amministrazioni comunali d’Italia, ed è il concorso di interessi di privati e politici che ancora oggi consente ad alcuni privilegiati senza merito, di poter continuare ad accumulare danari dall’usurpazione dei diritti costituzionali.

Piano Marconi, 1958

Dal 1981 al 2011 Salerno perde il 18,4% dei residenti, rientrando nel cosiddetto fenomeno delle città in contrazione che riguarda ben 26 città italiane, ed è la degenerazione del capitalismo e della speculazione sostenuta dalla rendita fondiaria ed immobiliare col contributo dell’inerzia di politici incapaci e compiacenti. La conseguenza è che gli abitanti, in buona parte, si è trasferita nei comuni limitrofi alimentando la dispersione urbana (sprawl) che produce altro inquinamento ed altri sprechi. La ragione principale è insita proprio nelle rendite e nella speculazione pianificata dai politici, e cioè l’aumento dei prezzi degli immobili generato dall’avidità che nel corso dei decenni ha fatto scappare gli abitanti (gentrificazione), si tratta di una vera e propria espulsione sociale di interi nuclei familiari sostenuta dai piani urbanistici dell’Amministrazione, a partire dai Piani Calza-Bini, Scalpelli e poi Marconi del 1958 fino ad oggi, nonostante durante gli anni ’70 si presentò l’opportunità di rimediare, e nonostante che di recente si sia provato anche a realizzare alloggi per ceti meno abbienti, ma senza un’adeguato piano urbanistico figlio della rigenerazione, e così si è continuato a consumare suolo agricolo. Nella misura in cui le Amministrazioni locali ed i Governi si dimostrano favorevoli alla speculazione (vicenda Sullo, 1962) e lo Stato, negli anni ’80, decide di cancellare le politiche abitative sociali, accade che i piani riformisti (anni ’70) e le aspirazioni sociali sono sconfitte dalla rinnovata speculazione liberista rilanciata dalla deregulation degli anni ’80 e raggiunge il suo apice, negli anni ’90, con gli strumenti finanziari, arrivando sino all’inizio del nuovo millennio. Cosicché il danno sociale, economico ed ambientale a Salerno, nel frattempo si è già consumato: 24.527 abitanti abbandonano la città (1981-2011). Per la cronaca urbanistica amministrativa, la città Salerno in determinate zone, nonostante millanti il contrario, è tutt’oggi priva degli standard minimi così come emerse dallo studio dei progettisti incaricati di individuare le zone omogenee e recuperare gli standard dall’Amministrazione stessa (rapporto preliminare del 1974 e relazione intermedia del 1979). Nel 1974 lo studio preliminare evidenziò la carenza di servizi minimi e la relazione dell’elaborato intermedio del 1979 rappresentò con precisione che lo standard esistente è di 1,37 mq/ab (la vecchia legge regionale del 1977 prescriveva 30 mq/ab) e una densità di 987 ab/ha in zone del centro (la manualistica prescrive 300 ab/ha), ed il team di progettisti salernitani suggerì il riequilibrio dei servizi sia per l’area occidentale (centro) che per quella orientale (città moderna e periferia). Di questa drammatica realtà si è voluto “cancellare” ogni traccia, pochissimi sono informati di questa vicenda per evitare di cambiare le cose e “scoprire le carte”, cioè restituire dignità e diritti alla cittadinanza, poiché l’atto concreto sarebbe quello di “sequestrare” le rendite di posizione, ed applicare i principi della nostra Costituzione che consente di approvare piani per il bene comune, tutto ciò se ci fosse una cittadinanza consapevole e favorevole al ripristino della normalità capace di esprimere un’Amministrazione preparata e coerente coi valori delle legalità, dell’uguaglianza e della tutela del paesaggio.

Secondo MDF è necessario cambiare i paradigmi dell’amministrazione politica e liberare la creatività degli urbanisti da due elementi negativi: l’economia e la proprietà, per consentire a cittadini e progettisti di costruire insieme le città sostenibili. Fino ad oggi gli urbanisti hanno dovuto consegnare ai dipendenti eletti piani e disegni sistematicamente edulcorati e manipolati dagli interessi dei privati collegati ai politici, oggi è possibile unire la creatività degli specialisti ai bisogni reali degli abitanti attraverso metodi che stimolano la partecipazione diretta. Si tratta di creare e far crescere una domanda forgiata dalla bieconomia e far lievitare il consenso intorno ad essa; più cresce il consenso e maggiore è l’opportunità di mettere da parte l’avidità dei pochi. La concezione urbana favorevole alla decrescita è una rigenerazione urbana coerente con la “sostenibilità forte”, e col concetto di bioregione urbana. Salerno ha la necessità di intervenire nei propri tessuti edilizi ed applicare la normale composizione urbanistica figlia di principi e regole per realizzare una città a misura d’uomo. Salerno ha bisogno di rigenerare i propri tessuti edilizi arrivati a fine ciclo vita e ridistribuire le densità come emerse dall’indagine del 1979, la cittadinanza ha necessità di rigenerare il proprio centro storico, e le periferie con l’introduzione di servizi rispetto ai bisogni emergenti, e tutto ciò può essere affrontato secondo l’approccio della pianificazione partecipata. Tale approccio necessariamente mette in discussione tutto l’impianto del PUC, nato obsoleto, costruito secondo gli interessi dei privati e non della collettività, mai ascolta, anzi tenuta volutamente in disparte per assecondare i capricci dell’ethos infantilistico e narcisistico di un individuo sostenuto dal nichilismo accresciuto negli ultimi vent’anni, e che oggi restituisce una cosa pubblica martoriata dall’ego di pochi (debiti in bilancio, progetti avulsi dal contesto urbano e dai problemi sociali dei cittadini, e cantieri falliti, lasciati aperti, etc.).

Master Plan recupero fascia costiera, Carpentieri, Buffo, Manzoni, Petti, Plachesi, Villani, Sessa, Carrozza, Talve, Di Giuda, Fortunato, 1987

Nel 1987 l’Amministrazione ebbe l’opportunità di riqualificare l’intero litorale attraverso un Master Plan d’ispirazione paesaggistica, al fine di tutelare il paesaggio e consegnare ai cittadini una fascia costiera rigenerata. Il Comune odierno, in totale coerenza con gli ultimi vent’anni caratterizzati dall’assenza dell’urbanistica, mortifica nuovamente il genui loci degli artigiani locali per preferire un disegno di dubbia valenza ambientale.